Per caso ho visto il video qui sotto… e sono volato indietro di 20 anni, quando non ne avevo neppure 16 e ho perso mio nonno Cesare. In realtà per me lui qualche anno prima, quando era esternamente lui… ma non era più autonomo e non ci riconosceva più: a parte alcuni momenti, via via più rari, di “lucidità” – in cui tutto faceva ancora più male – per lui eravamo dei perfetti sconosciuti che lo tenevano rinchiuso dentro una casa non sua.
Il video che vedete qui sotto è descritta l’agnosìa, cioè la capacità di riconoscere oggetti di uso comune, anche i più semplici, come un fischietto o addirittura una forchetta. Non si riconoscono e quindi non si riescono ad usare, e si nota questo sforzo “assurdo” di trovare un utilizzo “razionale” ad un oggetto scollegato dalla realtà.
Bello, l’esperimento di EBRI in collaborazione con Esselunga per portare la popolazione a ragionare su una malattia di cui ci si vergogna ancora, si vergogna la famiglia, perché improvvisamente si perde la persona che si conosceva e si ha a che fare con un estraneo.
Ma veniamo un attimo a cosa è questa malattia. Per chi volesse poi approfondire consiglio di consultare ALZ.org con un bel sito anche in Italiano, con indicazione dei sintomi, dello stato della ricerca, e con anche un corso interattivo chiamato “viaggio nel cervello“.
- Morbo di Alzheimer e demenza. Con questo termine ci si riferisce alla perdita di memoria e di altre abilità intellettuali talmente grave da interferire in maniera importante con la vita quotidiana. Il morbo di Alzheimer rappresenta il caso più frequente di demenza.
- Il morbo di Alzheimer peggiora con il passare del tempo. Il morbo di Alzheimer è una malattia progressiva, nella quale i sintomi di demenza peggiorano gradualmente e inesorabilmente. Nelle sue fasi iniziali, la perdita di memoria è leggera; tuttavia, con il morbo di Alzheimer in fase avanzata, le persone perdono la capacità di portare avanti una conversazione e di reagire nel loro ambiente.
- Si chiama demenza senile ma non rappresenta un normale elemento dell’invecchiamento. La maggior parte delle persone affette dal morbo di Alzheimer una età superiore ai 65 anni. Ma solo una percentuale degli anziani la sviluppa (negli Stati Uniti fino ad un incredibile 1/3 della popolazione sopra gli 85 anni, in Italia circa il 20% degli ultra ottantenni). Inoltre, una percentuale variabile (3-5%) delle persone che soffrono di questa malattia riscontra un’insorgenza precoce del morbo di Alzheimer, anche poco dopo i 40 anni. Utile per chi volesse analizzare i fattori di rischio, questo link in Italiano.
Sintomi:
Il sintomo precoce più comune del morbo di Alzheimer è la difficoltà a ricordare informazioni apprese recentemente, infatti la parte del cervello che riguarda l’apprendimento è la prima ad essere colpita.
L’avanzare del morbo di Alzheimer attraverso il cervello provoca danni sempre più gravi, che portano a disorientamento, confusione tra eventi, tempi, luoghi, amici e membri della famiglia (che come dicevamo prima, spesso non vengono sostanzialmente più riconosciuti) fino ad arrivare a difficoltà nel parlare, mangiare, bere e camminare.
Cause: due tipologie di strutture anomale (placche di beta-amiloide e grovigli di proteina tau) sono le principali sospettate del danneggiamento e dell’uccisione delle cellule nervose.
Le placche sono depositi di un frammento di proteina chiamata beta-amiloide, che si accumula negli spazi tra le cellule nervose.
I grovigli sono fibre contorte di un’altra proteina chiamata tau, che si accumula all’interno delle cellule.
Sembra che queste due strutture abbiano un ruolo fondamentale nel bloccare la comunicazione tra le cellule nervose riducendo i contatti tra di esse (al livello sinaptico) e la stessa sopravvivenza delle cellule.
In generale vari farmaci cercando di ridurre le placche proteiche che si formano nel cervello, ma queste sembrano essere necessarie ma non sufficienti a sviluppare vari gradi di demenza senile: infatti sono state trovate anche in persone anziane (anche oltre 90 anni) che però non hanno alcun sintomo. In un articolo pubblicato nel 2018 sul Journal of Alzheimer’s disease è stato analizzato il cervello (post mortem) di un gruppo di persone con forti accumuli di placche ma senza apparente demenza. E’ stato visto che in prossimità delle sinapsi vi erano si le placche, ma le sinapsi erano ricoperte da un “mix” di proteine che sono state descritte e che sembrerebbero quindi proteggere la funzionalità cellulare.
Di seguito metto una immagine di interessante intelligibilità, ovviamente rimando all’articolo originale (open access) per i più curiosi.

Ma vediamo di scoprire dove siamo con la “ricerca traslazionale”, e cioé cosa della ricerca di base ha discrete probabilità di arrivare in commercio nei prossimi anni. Quindi per cosa ci sono trials clinici aperti, e a che punto sono.
Al momento su “clinicaltrials.gov” si trovano pubblicati 2.188 studi clinici per la patologia “Alzheimer”, gli studi clinici hanno varie fasi, e – sebbene possa sembrare curioso – il primo risultato che va dimostrato per un potenziale nuovo farmaco non è che faccia bene (cioé che “curi” la malattia per cui è studiato) ma che non faccia male (sostanzialmente che non sia tossico).
Solo nelle fasi finali (3 e 4) si va effettivamante “al sodo”, su numeri relativamente elevati di pazienti e quindi su questi mi soffermerei.
Qui abbiamo 387 studi, di cui il 14% sono stati terminati o sospesi (di norma a questo stadio perché non dimostrano grande efficacia) mentre 73 (quasi il 19%) sono terminati, con qualche tipo di risultato.

In realtà a guardare bene la situazione non sembra molto rosea: negli ultimi anni molti progetti non sono andati a buon fine, e alcune aziende avevano investito così tanto nella ricerca e sviluppo dei potenziali farmaci che hanno deciso di abbandonare la ricerca nel settore.
Di seguito una carrellata tratta da questo articolo di Focus dello scorso anno:
- Nel 2017 vi erano stati pessimi risultati anche per una molecola sviluppata da Axovant, la interpirdina, abbandonata ai primi passi della sperimentazione;
- Nello stesso anno le prime debacle di Pfizer, prima con il bapinuzumab, sviluppato in joint venture con Johnson&Johnson, e poi con il PF-05212377.
- Colpi che hanno portato ad inizio 2018 Mikael Dolsten, presidente della ricerca e sviluppo di Pfizer, a spiegare alla conferenza classica conferenza di inizio anno di JP Morgan che l’investimento economico sull’Alzheimer si era rivelato troppo aleatorio. Pertanto annunciava che nei successivi 5 anni l’azienda si sarebbe perciò concentrata su oncologia, infiammazione e immunoterapia, vaccini, malattie rare e dolore, dove vedeva reali prospettive di creare farmaci innovativi. Le malattie neurodegenerative sono state abbandonate e sono stati licenziati i 300 ricercatori che lavoravano al settore. Il valore delle azioni è subito impennato di oltre il 10% in meno di una settimana (tranne poi cadere qualche settimana dopo).
- Il 9 gennaio 2018 la rivista scientifica Jama pubblicava i risultati di una sperimentazione clinica sulla malattia di Alzheimer: l’idalopirdina, un farmaco sintomatico (ossia che interviene sui sintomi) che pareva molto promettente, sperimentato in 34 Paesi su 2.525 pazienti con sintomi lievi o moderati della malattia, che avrebbe dovuto migliorare il tono dell’umore, il sonno e l’appetito nei malati, si era invece rivelato un buco nell’acqua. Un duro colpo per la multinazionale danese Lundbeck, tanto da indurla ad abbandonare la ricerca sull’Alzheimer.
Alla fine dell’articolo di Focus si diceva che a questo punto tutte le speranze erano per l’aducanumab della Biogen… in effetti i risultati – molto promettenti, su un campione di 160 individui, erano stati pubblicati su Nature. Purtroppo lo studio di fase 3 su circa 3.300 individui è stato recentemente sospeso perché i risultati non erano soddisfacenti: i pazienti non mostravano un sostanziale miglioramento rispetto alla terapia standard.
Vedendo l’incidenza di questa malattia e gli effetti sugli individui colpiti, si possono facilmente intuire i costi diretti e indiretti, che sono enormi… facendo un parallelo con il settore oncologico questi sono numeri sconvolgenti, che dovrebbero guidare chi ci governa e che prende decisioni di allocazione della spesa. Ma d’altronde delle “malattie mentali” si preferisce non parlare, ci si vergogna… si tende a dimenticare… e per questo, tornando all’inizio dell’articolo, il video di EBRI – e in generale tutte le attività di divulgazione – sono estremamente importanti e benvenuti.
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